ALZATI, RIVESTITI DI LUCE!

Alzati, rivestiti di luce! I fondamenti biblici dello Scapolare del Carmelo (Prima parte)

 

Per poter rintracciare e distinguere bene i segni che delineano la Via di grazia che è, per noi al Carmelo, lo Scapolare, come abito di affidamento e consacrazione al Signore attraverso Maria, occorre porre basi sicure e ben luminose, come un fondamento certo e incrollabile, grazie al quale la dottrina spirituale sullo Scapolare non rischia di sbiadirsi o di venire mutata.

Questo fondamento ci è dato dal tesoro della Sacra Scrittura, che racchiude in tutta la sua ampiezza e profondità innumerevoli passaggi che possiamo raccogliere come fonti di luce e rivelazione circa il segno così particolare e unico, che è il segno della veste, il segno del nostro Scapolare del Carmelo.

Il fondamento della nostra devozione allo Scapolare, infatti, ha doppia radice: da una parte attinge profondamente alla sacra Scrittura e dall’altra si nutre del respiro e della sostanza di tutta la nostra tradizione spirituale, con i suoi testi agiografici ed ecclesiali.

Cercheremo di aprire lo sguardo della nostra intelligenza spirituale sul vasto orizzonte biblico, che offre visioni, segni, parole, episodi di vita sul tema della veste, dell’abito. È qui, infatti, che possiamo collocare l’origine del segno per noi così caro e fondante dello Scapolare. Lo Scapolare, infatti, è una veste, è un abito. Ma è veste per la vita, per la misericordia, per la salvezza; veste che offre sostanza al nostro cammino di fede e che diventa indicazione per la vita, scoperta sempre nuova di passi e passaggi che possono condurci all’incontro con il Signore e con Maria nostra Madre.

Da dove partire, per affrontare una ricerca, un ascolto, una visione così ampi, così traboccanti, così sovrabbondanti, che certamente ci superano? Come non smarrirci davanti a un tale orizzonte?
Possiamo darci delle tappe, individuare alcuni successivi passaggi attraverso i quali provare a compiere una esplorazione il più completa possibile, in modo da avere la possibilità di raccogliere indizi, indicazioni, suggerimenti, luci, che diventeranno sicuramente piccoli strumenti da portare con noi e da tenere ben custoditi nella nostra borsa da viaggio, nel nostro cammino verso il Padre.

Ci soffermeremo almeno su tre passaggi, tutti offerti dalle pagine della Bibbia e tutti illuminati da segni, parole, verbi, volti, incontri racchiusi nella sacra Scrittura. Il primo passaggio è la presa di coscienza e di contatto con la nostra originaria condizione di nudità. Da qui dobbiamo necessariamente partire, per poter poi giungere al successivo passaggio che è l’esperienza del venire rivestiti. Che senso può avere, infatti, una veste, un abito, se non in rapporto alla condizione di nudità?

Ecco, allora, prepariamo il cuore e tutto il nostro essere a partire e affrontare la prima tappa di questo nostro bellissimo viaggio. Siamo nel giardino di Eden, siamo dentro quella specie di roveto ardente, che è già acceso fin dai primi capitoli del libro della Genesi. Compare in scena Adamo, il primo uomo, la creatura che parla di noi, che rappresenta noi, che porta il nostro nome, porta il nostro desiderio. Porta in sé le impronte, i tratti, i segni vivi della somiglianza, dell’immagine di Dio. Adamo è il nostro specchio, la nostra verità, necessario spazio di confronto, di quotidiano incontro, se vogliamo veramente essere ciò che tutti, nessuno escluso, siamo chiamati ad essere: figli del Padre, figli nel figlio, ora Adamo e poi Cristo, il Signore Gesù.

Genesi 2, 29 annota che Adamo e sua moglie erano nudi e non ne provavano vergogna. Nudi, sì. Il testo ebraico usa un termine particolarissimo, che è come una fucina di lavoro, da cui escono pezzi unici di creazione; si tratta del termine aròm, scritto con quattro lettere ebraiche incredibili e incandescenti. Vediamole velocemente, per comprendere che cosa sia significato con questa parola. La prima è la lettera ayin, che significa “occhio”; a dire che Adam, che ognuno di noi, a un certo punto è ben visibile, è visitabile dall’occhio. L’occhio di Dio e l’occhio dell’uomo. Possiamo cercare di nasconderci, di proteggerci, di sottrarci agli sguardi, ma arriva un punto, un momento, una condizione per cui non possiamo più evitare di essere visibili. Questa è la nostra umana condizione, che ci porta necessariamente sulla scena della vita, dell’esistenza, del mondo e della storia. E meno male che è così, altrimenti non potremmo essere veri, non potremmo avere la possibilità di essere davvero noi stessi.

Visibili, dunque. E poi c’è la lettera resh, che significa testa, principio. Sì, qui sta l’inizio di tutto. Bisogna avere il coraggio di partire da questo semplice ed assoluto punto di visibilità, di umanità. Come ha fatto, del resto, Dio stesso, che ha scelto di rendersi a noi visibile, a noi raggiungibile attraverso l’incarnazione del Figlio Gesù.

Se c’è un punto da cui partire o ripartire ogni volta è proprio questo: il porre a fondamento e principio lo svelamento di noi, il riconoscimento di noi, la confessione di noi, il sottoporci allo sguardo della realtà, della storia e del mondo, di chi ci sta accanto e soprattutto di Dio, il Padre, che ci abita dentro, che tanto ha amato la visione della sua creatura, da voler porre in mezzo a noi la sua tenda, la sua casa per sempre (Gv 1, 14).

Poi viene la lettera waw, che in qualche modo condensa tutto quanto abbiamo potuto vedere finora. Waw infatti è la lettera dell’uomo, segno della sua colonna vertebrale che cerca di innalzarsi verso l’alto, che cerca di agganciarsi al cielo. Waw vale 6, il numero incompiuto e fragile, quale è la creatura umana. Nudo allora è l’uomo, questo piccolo segno di terra e carne, di fragilità e desiderio, che cerca il cielo, cerca Dio. Aròm termina con la lettera mem, una meraviglia indicibile. Mem è l’acqua, soprattutto l’acqua matriciale, l’acqua del grembo che porta in gestazione, l’acqua che fa crescere. Infatti, Giobbe dichiara che nudo è entrato nel grembo della madre e nudo vi ritornerà (Gb 1, 21).

La nostra nudità inizia di lì, da quel nostro primissimo e timido, indifeso e informe apparire sulla scena della vita. Siamo dei nudi, creature solamente fatte dalle impronte delle dita del Padre, che con infinita pazienza, tenerezza e amore ci hanno plasmato, formato, modellato. Solo che c’è un problema! E la Bibbia ci aiuta a metterlo a fuoco molto bene! Guarda caso in ebraico c’è un’altra parola che si scrive esattamente come la parola “nudo”, che abbiamo visto adesso ed è la parola che descrive l’essenza del serpente, che il libro della Genesi ci presenta subito dopo questa constatazione della nudità di Adamo. Leggiamo Genesi 3, 1: “Il serpente era il più astuto di tutti gli animali…”. Ecco: astuto! E astuto si dice arùm, usando proprio le stesse quattro lettere che compongono la parola nudo: aròm. L’unica differenza sta nella vocalizzazione diversa. Ma sappiamo che la lingua ebraica, di per sé, non avrebbe vocali; nel testo biblico sono state aggiunte solo più tardi, proprio per facilitare la lettura.

Quindi dobbiamo proprio fare i conti con questa strana corrispondenza tra il termine che indica e mette allo scoperto la nudità di Adàm, ossia la nostra e l’esistenza di questo essere ingombrante e problematico, che è il serpente, l’astuto nemico dell’uomo, l’accusatore, il tentatore, diavolo e satana, come la Bibbia via via lo identifica e ce lo mostra, affinché diventiamo sempre più consapevoli della sua presenza, del suo lavoro instancabile.

Come la nostra nudità, così, allo stesso modo anche l’esistenza del serpente, l’astuto, fa parte della nostra condizione di creature, di figli, di abitatori della terra. Non c’è modo di sottrarci a questo confronto!
Ma cosa possiamo fare, noi, con questa nostra nudità? Come dare un senso a tutto questo? Come riuscire a leggervi dentro, a starci dentro?

Forse un passaggio della Scrittura che può aiutarci particolarmente in questa impresa, diciamo così, si trova nel libro di Ezechiele, in uno dei capitoli più lunghi della sua profezia, il capitolo 16, che presenta l’allegoria di Gerusalemme, intesa come personificazione del popolo di Israele, sposa amata dal Signore, che vive tutto il dramma dell’allontanamento dal suo Dio, Colui che la ama e l’ha scelta.

Siamo a Ezechiele 16, 7-8. Il Signore quasi confessa, quasi apre il cuore, apre la profondità del suo animo e racconta del suo incontro con la sua amata, con noi: “Passai vicino a te e ti vidi”.
Visione stupenda, visione sacra, quella per cui gli occhi di Dio si aprono e si posano sulla sua creatura, su ognuno di noi. Meraviglioso e commovente il viaggio, il cammino del Signore, che scendendo dal cielo, ecco, passa accanto a noi, come ci racconta l’evangelista Luca nella parabola del buon samaritano, che passa e vede e si ferma e opera le operazioni dell’amore.

Insomma, ecco qui Dio, il Padre, che cammina, che viaggia nel suo viaggio santo di incarnazione e ci passa accanto e ci vede e si accorge che siamo spogli e nudi. E cosa fa? “Io stesi il lembo del mio mantello e coprii la tua nudità”. Questa è l’alleanza, questo è lo sposalizio di Dio con la sua creatura, con noi. Nient’altro che dei denudati, degli smarriti lungo la strada, nient’altro che dei poveri, eppure così tanto amati, così tanto destinatari di una tenerezza e di una cura che non può avere eguali in tutta l’esperienza umana. Dio si ferma accanto a noi, vede, contempla e si china, per coprire, prima di tutto, la nostra nudità.

Ecco perché è così fondamentale ed essenziale prendere coscienza di questo, riconoscere questo, imparare a leggerci a partire da questo. La nostra straordinaria bellezza fiorisce precisamente dalla ferita della nudità.

 

Sr Anastasia di Gerusalemme, O.Carm. Ravenna

 

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