Cosa può significare per noi essere fiori carmelitani che sbocciano in diversi giardini? Possiamo attirare l’attenzione con il profumo e il colore delle nostre esperienze e condividere ciò che appartiene alla nostra tradizione, al nostro cammino di secoli: cammino di Famiglia religiosa. E magari leggere insieme i segni di un tempo che chiede di essere santificato nella creatività dei carismi, utili a tutti. Oppure, possiamo allungare le radici fino a toccare quelle di altre piante del giardino, per mostrare vicinanza, interesse ad ascoltare ciò che esse desiderano esprimere. Ed ecco che, come presenze vive in un terreno reso fertile da sane e profonde relazioni, sperimentiamo nuovi e ricchi abbracci di umanità ferita che sa chiedere aiuto per rialzarsi, per fiorire con le sue specificità.
Dalla violenza si può uscire
Tutto ha inizio in un incontro semplice, ma intenso con Valery, operatrice nel Centro Antiviolenza Linea Rosa di Ravenna. Parlando con lei rispetto al tema così drammatico e allo stesso tempo delicato, come quello della violenza di genere, emerge fra le righe la parola chiave “esserci”. Esserci anche solo per aprire piccoli squarci di speranza su quella violenza invisibile, giocata e consumata il più delle volte dentro le mura domestiche, nell’intimità più sacra delle relazioni dove non ti aspetteresti di trovarla. Esserci per lasciare spazio ad un grido di donna, per dare voce all’enorme dolore e alla disperata solitudine di una sorella in umanità. Esserci per far emergere dal tunnel di paure sommerse, di vergogne nascoste nel più lontano angolo dell’anima, anche solo un po’ di luce dopo le angosciose tenebre. Esserci per ogni donna violentata in mille modi e a volte anche uccisa dall’indifferenza che soggiace ad una “cultura” di violenza. Esserci per aprire varchi di comunicazione: per dire dalle catene della violenza si può uscire, per parlare con rispetto, affetto, ma anche determinazione e senza lasciarsi intimidire dalle resistenze esteriori ed interiori che ci si aspetta di trovare all’inizio di un percorso di vicinanza al dolore profondo. Dalle catene della violenza si può uscire!
Valery durante l’incontro non cessa di ripeterlo come fosse il desiderio di una vita, una missione che le appartiene: dalla violenza si può uscire. Occorre innanzitutto riconoscerne il volto, chiamarla per nome per poter poi chiedere aiuto. Non è facile, ma possibile.
La Parola che ogni giorno accompagna la mia preghiera di monaca mette accanto a storie edificanti anche narrazioni di violenze. Sorvolarle equivale a banalizzare il male, sottraendosi a quella radicale intelligenza dell’umano che osa guardare l’abisso del cuore con lo sguardo di Dio. Significherebbe in questo caso, non avere occhi per vedere un problema sociale che segna tutte le relazioni anche le più intime. La violenza, anche quella di genere, rimarrebbe nascosta se la narrazione non entrasse come vento nelle fessure delle porte chiuse della paura per farsi ascoltare, vedere, riflettere e.…cambiare.
La Scrittura non ritiene che basti negare o rimuovere la violenza per poterla superare. Al contrario, ritiene che essa debba essere narrata, ricordata, denunciata, per permettere a chi legge di riconoscerla ed elaborarla. La Scrittura ci chiede di nominare, di portare alla luce la rabbia, il risentimento, l’invidia, la collera, tutte le zone oscure che ci abitano, non per giudicarle, ma per trasformale nella possibilità di vivere relazioni felici, sane, liberandoci da tutto ciò che può deformare l’amore e la cura in stupro, violenza, omicidio.
Un solo racconto con cui confrontarsi. Un solo racconto, macabro, ma assordante nel suo crudo realismo. Lo prendo dal libro dei Giudici al capitolo 19.
Un levita si mette in viaggio per andare a riprendersi la sua concubina tornata alla casa paterna. Forse il suo unico atto di autonomia, nella sua breve vita. L’uomo sembra interessato a riaverla e decide di partire con “l’intenzione di parlare al suo cuore”. Già qui si inizia ad intravedere una dinamica di violenza: il riaverla, il possederla, come se la concubina non avesse un’identità propria, non fosse un “libro che racconta la propria storia”. Anche l’intenzione di parlare al suo cuore si rivela essere una sorta di manipolazione. La violenza non viene da un estraneo, ma dalla persona che più ti conosce ed entra nei tuoi bisogni nascosti, nel tuo bisogno di essere amata, per usarti. Il levita, infatti, giunto alla casa della donna, più che parlare al cuore di lei, invisibile e silente per tutto il racconto, si intrattiene con il padre. Entrambi si misurano sulla loro capacità di imporre decisioni. La donna non viene mai consultata, né prima né dopo. Sappiamo che viene restituita al marito. Con lui si ferma per pernottare a Gabaa, città di Beniamino, una tribù di Israele. Qui vengono ospitati in casa di un anziano. Dei pervertiti circondano la casa e vorrebbero abusare del levita. L’anziano, facendo appello alla legge della “sacra” ospitalità, propone di offrire ai carnefici di turno, sua figlia e la concubina. Il levita non ha dubbi e spinge fuori colei a cui aveva l’intenzione di parlare al cuore. La donna, violentata tutta la notte si trascina sulla soglia della casa forse con la flebile speranza di essere, almeno ora riconosciuta come persona e quindi, soccorsa. Ma nessuno si avvicina a fasciarle le ferite, almeno quelle esterne. Nemmeno il marito che era andato a riprendersela. Anzi, le ordina di alzarsi come se niente fosse successo. Strano modo di parlare al suo cuore! La donna non risponde, non può rispondere e quindi la carica sull’asino per riprendere il viaggio verso casa. Qui, la violenza raggiunge il suo apice e mostra il vero volto di questo uomo: in nome di una presunta giustizia, taglia il corpo della donna in dodici pezzi da inviare alle dodici tribù di Israele per dire: “guardate che cosa mi hanno fatto!”.
Ma in tutto questo crescendo di violenza ci si pone una domanda: Dio dov’è?
Il corpo di una donna è stato stuprato e sezionato in nome di una “giustizia” che intende far valere i propri diritti su una proprietà violata. Ma ciò che maggiormente grida tra le righe del racconto è ogni parte del corpo di questa donna. Ed è grido di denuncia che diventa “Parola di Dio”, che diventa anche Sua presenza nel corpo spezzato di Cristo e nelle sue parole: “questo è il mio corpo dato per voi” … C’è un corpo abusato riscattato da un corpo donato.
Questa storia allora non parla solo di un potere maschile e delle dinamiche perverse della violenza mascherata da “ospitalità” e “giustizia”, ma ci viene a dire che la violenza sulle donne ha a che fare con un cantiere chiamato “umanità”. Ogni violenza di genere non è qualcosa di circoscritto ad alcuni episodi e situazioni che ogni giorno leggiamo sulle cronache dei quotidiani, ma riguarda il sogno infranto di Dio, di un’umanità creata a Sua immagine e somiglianza e in grado di non dimenticare la sofferenza, ma di farsene voce.
In certi punti della città di Ravenna, mi ha raccontato Valery, ci sono delle panchine rosse. In alcune chiese protestanti una sedia vuota con appoggiato un capo di abbigliamento femminile rosso, occupa un posto centrale. Luoghi e posti simbolici “occupati”, pieni di quell’energia che scaturisce dalle donne uccise dalla violenza. Sono simboli creati per dire che quanto accade alle nostre madri, amiche, sorelle, riguarda tutti noi. Facciamoci con Dio grido silenzioso, ma operoso di riscatto. Facciamo che la violenza entrata come polvere nelle fessure di paure nascoste, si trasformi in altrettanta polvere luminosa di autentico amore.
Dalla violenza si può uscire!
Sr M. Elisabetta del Volto Santo, O.Carm., Ravenna


