LA PRIMA PAROLA?

 

“Ho sempre amato il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa riverbera in silenzio…

— Quello che rende più bello il deserto — disse il piccolo principe — è che nasconde un pozzo da qualche parte… “(Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe)

 

Il silenzio: che potere ha di evocare una moltitudine di emozioni e riflessioni! Silenzio rispettoso, che ci invita a riconoscere la presenza degli altri e a onorare i loro momenti di vulnerabilità, silenzio colpevole, che si insinua nelle pieghe dei nostri rimorsi e delle nostre paure, silenzio adorante, che si fa strada nei momenti di contemplazione e preghiera, dove ogni parola sembra superflua di fronte alla grandezza del mistero divino. E ancora, silenzio coltivato per conoscersi e silenzio stracolmo di rumori assordanti, o giudicante e ipocrita. Eppure, il Signore chiama ogni uomo a entrare in questa dimensione, a riconoscerlo nel silenzio attraverso vie solo a Lui note, un silenzio nutrito di fede, di straordinaria bellezza. Dio, Padre di ogni fratello-sorella, pronuncia il nome di ciascuno. E quella Voce che conduce il nome prezioso arriva al destinatario. Sono momenti, attimi, esperienze di salvezza che difficilmente possiamo descrivere a parole e che ricompongono il cuore ferito e oppresso. Ogni essere umano è chiamato a una relazione profonda e personale con il Creatore, un incontro che avviene spesso attraverso l’ascolto interiore. La voce di Dio non è solo un richiamo, ma un’invocazione che penetra nel cuore, pronunciante il nome di ciascuno di noi con un amore che trascende ogni comprensione umana. Quando parliamo del silenzio, non possiamo trascurare il suo potere di guarigione. Sono quegli attimi di introspezione e riflessione, in cui possiamo riempire il nostro cuore ferito e oppresso della presenza di Dio. In questo spazio sacro, dove il rumore del mondo esterno svanisce, possiamo finalmente ascoltare il nostro cuore e il Suo messaggio d’amore. Il silenzio del deserto, ad esempio, è evocativo di un’assenza che invita alla riflessione e alla ricerca interiore. In questo silenzio, che può apparire angosciante, si cela una possibilità di rinascita, un’opportunità per incontrare noi stessi e Dio. È un silenzio di vicinanza, dove la solitudine può trasformarsi in compagnia divina, e ogni lacrima diventa un seme di fede e speranza. Qui, il silenzio assume un significato trascendente: è un silenzio in cui risuonano le promesse di Dio che ci rassicura sulla Sua presenza costante, e un silenzio di gratitudine. E il silenzio in cui matura la capacità di perdono? Spesso, il peso del rancore e dell’orgoglio ci schiaccia; in questi frangenti, il silenzio può diventare un momento di liberazione. Riconoscere la necessità di ricevere e dare il perdono significa accogliere il vuoto che questo provoca, un vuoto che solo la grazia divina può riempire. La mancanza di qualcosa, quel vuoto enorme di affetto o di pace, ci invita a cercare risposte al di fuori di noi stessi. Non possiamo darci ciò di cui abbiamo bisogno, ma possiamo accettare il dono che Dio ci offre, rendendoci disponibili a riceverlo giorno dopo giorno. Il silenzio diventa quindi un dono da coltivare, un aspetto fondamentale della nostra vita spirituale. Questo silenzio non è semplicemente l’assenza di parole, ma un’attitudine di ascolto e apertura verso Dio. Significa lasciar andare la zavorra che ci appesantisce e recuperare i tesori nascosti che ognuno di noi porta dentro. I momenti di silenzio, sia brevi che prolungati, possono diventare opportunità preziose per ricollegarci ai nostri sogni, alle nostre aspirazioni e soprattutto a Dio stesso. Questo viaggio di scoperta non è mai solitario; è accompagnato dalla presenza costante del Signore, che ci guida attraverso le valli oscure, ridimensionando le nostre paure e portando luce nei nostri cuori. Consideriamo il silenzio del Tabor e il silenzio del Golgota. Il primo rappresenta il momento di epifania, la rivelazione della gloria divina, mentre il secondo ci ricorda il sacrificio e la sofferenza. Entrambi i silenzi parlano di una presenza profonda e significativa: quel silenzio interiore che ci spinge a far emergere la nostra vera essenza. E i quaranta giorni di digiuno e preghiera nel deserto? E i momenti vissuti in disparte in pieno raccoglimento orante? Nella vita di tutti i giorni, questo silenzio è presente, silente eppure rinnovato, accompagnerà in ogni passo del nostro cammino. Così, riconoscere Gesù come la nostra forza nel silenzio della preghiera e nella quiete della vita diventa un atto di fede, un abbraccio che ci sostiene e ci riempie di speranza. Il silenzio, quindi, è più di un semplice stato d’animo; è un linguaggio attraverso il quale Dio comunica e ci invita a entrare in comunione con Lui. È una danza tra l’essere e l’intimo, un percorso di ascolto e riconoscimento, un viaggio di scoperta che ci conduce alla vera essenza dell’esistenza: amore, connessione e salvezza. Fermiamoci ora ad ascoltare il silenzio del luogo in cui Cristo, il Verbo, è venuto alla luce: un evento storico irripetibile, mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso (Sap 18,14). La Parola Vivente è nata nel silenzio e ha vissuto trent’anni nel silenzio: “La sua prima parola è il silenzio, e la pazienza; specie se ci rapportiamo a questa nostra umanità sempre così impaziente e chiassosa. È il silenzio la parte più grande di tutto il mistero di Cristo. Il silenzio di Dio; il silenzio della creazione; e della notte. Il silenzio dei tabernacoli. Silenzio, grembo dei mondi…” (David Maria Turoldo, Perché bisogna riflettere sul silenzio di Gesù nei Vangeli, Aleteia 14/08/2015)

 

Sr Maria Joseph, O.Carm. Cerreto di Sorano

 

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