NASO DI LEGNO O CUORE DI CARNE?

È un atto creativo scrivere storie per descrivere tratti di umanità, giocando con le immagini, con la fantasia: e cercando di trasmettere un messaggio che resti nel tempo. È un atto creativo recuperare le storie per continuare a crescere con loro, crescere nella verità della relazione con Dio, con noi stessi, con il prossimo, con il creato. È un atto creativo “abbracciare metafore di redenzione” per sollecitare speranza. Anche la fantasia può aiutare a vivere le realtà più belle, a veicolare valori, a comprendere il senso di alcune disavventure, la preziosità degli incontri, la pedagogia degli eventi. A parlare dell’urgenza del “prendersi cura” degli altri, come esperienza di un amore che trabocca dal cuore. La preghiera diventa canale di scorrimento continuo di sapienza di vita e dilata ulteriormente l’orizzonte, permette di entrare nei cerchi concentrici che dal cielo raggiungono la terra e dalla terra rispondono al cielo: “il Verbo eterno si lascia muovere da un sospiro e da un’intima voce… ancor più l’anima si deve lasciar muovere dal tiro interiore che le usa il Verbo” (Cfr S. M.Maddalena de’Pazzi, Cantico per l’Amore non amato, I Colloqui, 48°, Ed. Feeria, Comunità di San Leolino, Panzano in Chianti (FI) 2016, 642). Riusciamo a riconoscere il “tiro interiore”?

 

 

Naso di legno o cuore di carne?

 

“— C’era una volta….

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

— No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.”

 

L’incipit di questa storia, a molti ricorderà non un racconto qualunque ma quello di Pinocchio, compagno di giochi e di marachelle dell’infanzia. Come per incanto, si apriranno forse i files della nostra memoria, ed il piccolo burattino di legno, tornerà a muoversi, a correre, fare birichinate e soprattutto… a raccontare quelle bugie che gli faranno crescere il naso a dismisura!

Inevitabilmente il personaggio di Collodi, si aggancia all’istintualità umana, quella non domata e irruente. Pinocchio presenta fin dall’inizio della sua creazione la sfrontatezza di chi crede che tutto gli sia dovuto, di avere solo diritti da accampare e tutta una vita da godere. Rifiuta le responsabilità della vita e si invaghisce continuamente di false luci che promettono il bene, la felicità, l’eterna leggerezza infantile fatta di giochi e spensieratezza. A tratti si accorge pure dei sacrifici del suo “babbo” Geppetto ma bastano nuove illusioni per riportarlo ai suoi istinti primordiali, al fascino del mondo comodo pieno di luccichii, di luci e di giochi… Nel corso del racconto incontreremo personaggi che incarnano le diverse modalità di stare nella vita e i soggetti più egoisti, si presenteranno agli occhi del burattino come gli esempi da seguire, i modelli che sente più vicino al suo “ideale” …

Il grillo, la fata, la lumaca, Geppetto, sono personaggi scomodi perché riportano il burattino alla responsabilità di stesso e degli altri, rappresentano per lui il mondo grigio e opaco degli adulti… eppure… Eppure, ad un certo punto qualcosa cambia nella sua vita. Le avventure di Pinocchio, o meglio, le sue disavventure esistenziali, lo portano a vedere la menzogna di ogni illusione, l’inconsistenza di luci a buon mercato…  ma, soprattutto, lo portano a provare una compassione profonda per il povero Geppetto che si avventura in mare, con una imbarcazione improbabile alla ricerca del suo amato figliolo sfidando le onde e i pericoli.  Qui Pinocchio realizza cos’è il vero bene, cosa vuol dire “Amare”!

Il finale della storia vede un Pinocchio che non ha più la sfrontatezza iniziale, non crede che tutto gli sia dovuto ma matura la necessità interiore del “prendersi cura”. Si, il nostro burattino imparerà a prendersi cura del babbo duramente provato, lavorerà di giorno e fabbricherà canestri di notte per arrotondare le entrate familiari; rinuncerà a comprare il vestitino nuovo per sé per donare i soldi alla fata gravemente malata e bisognosa di cure  e, quando il padre gli chiederà il motivo per il quale non abbia comprato il vestitino tanto agognato, Pinocchio non si vanterà del suo gesto d’amore ma si limiterà a dire: “Non m’è stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene. Pazienza! … Lo comprerò un’altra volta.” Da quella notte lavorerà fino ad un’ora ancora più tarda per poter sopperire alle cure dell’amata fatina, che non ha più niente da potergli dare, né offrire…

Si direbbe che quell’istinto iniziale incline ad una libertà egoistica e superficiale, lascia col tempo il posto ad un moto ancora più profondo fatto di Amore, Dedizione gratuita e Compassione.

Pinocchio, insomma, alla fine del racconto, non scalcerà più davanti alle cose buone che gli vengono chieste di fare da chi gli vuol bene, ma maturerà lui stesso il bisogno di farle. Troverà in sé stesso la compassione abbondante che va aldilà delle personali rinunce e si compiace di veder gioire e star bene gli altri. L’incontro finale col Gatto e la Volpe, fa emergere la condanna di promesse vane e a buon mercato: solo l’Amore fa miracoli, riesce a trasformare in Bene e in meglio la vita! Quando, a conclusione del racconto, Pinocchio si risveglia bambino in carne e ossa, guardandosi allo specchio gli parrà di “essere un altro”: è questa la trasformazione che genera l’aprire il proprio cuore e le proprie viscere agli altri!

Pinocchio nel nostro immaginario, forse rimarrà sempre il burattino di legno col naso lungo, ma, in realtà, il suo destino è quello di aver maturato un cuore di carne che lo ha posto in sintonia col dolore del prossimo, gli ha permesso di farsene carico e, nella misura in cui questa prossimità si è fatta più intima, più gratuita e più disinteressata, l’umanità, la vocazione all’umanità fatta di carne e di sangue, è fiorita, ha dato i suoi frutti. La cura per l’altro è in definitiva l’unica cura per sé stessi, l’unico antidoto alla mediocrità di un vivere egoistico che inaridisce e irrigidisce la nostra esistenza come un burattino di legno trascinato solo dai propri istinti.

 

Sr M. Eleonora dell’Amore infinito, O.Carm, Sogliano

 

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