Vespri, notti e albe
È tornato l’autunno, fatico ad abituarmi. Mutano le stagioni, cambiano le temperature del cuore. Ciò che scalda e accende e illumina è lì, in attesa di essere scoperto. E io pure, in attesa di essere sorpresa, coltivo sani desideri che mi spingono fuori, mi trasportano con speranza verso luoghi che sento migliori. Verso Oriente. Non nasce come fuga, ma come ricerca: non è sogno è realtà che può diventare diversa. È cammino, quello di ogni uomo che non si stanca di esplorare novità. Eppure, il cambiamento mi costa sempre un po’ e mi trovo divisa tra curiosità e timore, tra fede e incredulità. E la tentazione di fuggire veramente da me stessa, dalla mia storia, dallo sguardo di Dio.
Stagione del foliage, di colori che invitano allo stupore, catturano gli sguardi: e poi, venti improvvisi, con sfondi di nuvole cariche di pioggia, spogliano i rami che trattenevano la variopinta bellezza. “O Oriente, astro che sorgi, splendore della luce eterna, sole di giustizia: vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte” (Antifona “O”, 21 dicembre). Già risuona in me questa invocazione che attraversa secoli, che richiama alla memoria l’evento già accaduto, l’evento che ha cambiato la storia. E adesso, cosa aspetto? Io sono rivolta a Oriente, sento che la luce può raggiungermi in modo nuovo, che devo spalancare tutte le finestre della mia cella interiore.
Ho provato ad accogliere poesia e forze, a custodire colore e coraggio: ma anche dentro di me sento una forza che porta via qualcosa, un vento gagliardo, e mi ritrovo a guardare il mondo dietro un vetro su cui scorrono lacrime di pioggia. Sono quegli attimi in cui la tristezza prende il sopravvento: ma perché? Perché ciò che era in ordine, all’improvviso vola via? I miei occhi non riescono a vedere, sono velati. Non desidero più essere sorpresa, trasportata altrove? Quel vento è a mio favore o mi sta portando via qualcosa di importante? Gesù si allontana. «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
«Credi che io possa fare questo?». «Sì, o Signore!». E succede realmente: Gesù tocca gli occhi e avviene qualcosa in misura della mia fede. (Cf. Mt 9,27-31)
Mi ritrovo in un oceano di interiori acque quiete e silenziose, un vasto spazio di riflessione dove ogni pensiero galleggia senza fretta: poi, nuovamente, all’improvviso si agita, le onde si sollevano, la superficie si dilata, perdo il controllo. Cambiamento, conversione, conversioni continue di sguardo, di passo. Piove ancora, ma non resto turbata. Attendo. Ma confermo in me il desiderio di staccarmi dalla rovina e dalla morte, procedere verso la luce. Tacciano i venti tutti, del mar si arrestino le acque,
Gesù, Gesù già nacque, già nacque il Redentor. Il Sommo Nume Eterno scese dall’alto cielo, il misterioso velo già ruppe il Salvator (Giacomo Leopardi, Per il Santo Natale, 1809). Dal tocco alla rinascita.
Sfoglio pagine scritte da chi condivide ciò che la sapienza suggerisce al suo cuore e che probabilmente ha attraversato gli stessi oceani, spinto oppure ostacolato dagli stessi venti. In questo prendere il largo, cresce la consapevolezza della chiamata di ogni uomo, che prende forme diverse, ma rimanda a un’unica essenza. L’uomo è realmente creato come colui che può rispondere all’opera di Dio con l’amore, scelto come sua natura e identità. Siamo tutti capaci di questo e, lo capisco, lo sono anch’io: è una chiamata a cui posso rispondere. Devo avere pazienza con ciò che ha bisogno di tempo per ricalibrarsi, ma il percorso è sempre possibile: è questione di fede. Il libero arbitrio affidato alla creatura è aperto a qualsiasi direzione, quella del bene e quella del male. Posso edificare: ma posso anche distruggere. La finalità ultima per la quale Dio ha pensato la creazione, non è un ordine armonioso della natura privo di ogni limite e di ogni dolore, ma è in Cristo stesso (Cf Col 1,16) che assume ogni caducità e in sé ricapitola tutto il creato (Ef 1,10) e porta l’uomo alla pienezza di cui ciascuno può partecipare. (Francesco Brancaccio, Ai margini dell’universo, al centro del creato, S. Paolo, Roma 2016,161-162. 167-168).
Così, foglie calde e lacrime di pioggia, venti e acque navigabili, parlano di un unico mistero di vita: sono il richiamo a lasciar andare ciò che non serve più, ad abbracciare ciò che all’istante sembra incertezza e a fare spazio a ciò che verrà, un oceano di novità. Nel nome di Cristo, nome ricevuto nel battesimo, sono e resto figlia dell’Oriente. Mi fermo ancora a guardare attraverso i vetri della finestra chiusa che mi protegge dalla stagione bizzarra. Ancora non ho la forza di aprirla. Ascolto gli alberi che mi parlano del loro incontro col primo vento freddo. E guardo i grandi uccelli che un po’ resistono alle correnti, un po’ si abbandonano e si lasciano trasportare nella direzione a loro congeniale. È come se, sospesi in un apparente vuoto, prendessero del tempo per decidere quale direzione prendere o semplicemente, godessero la spinta verso l’alto che genera portanza. Ecco, quella portanza mi sembra desiderabile, nell’oscillazione tra resistenza e abbandono: la capacità di distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che dobbiamo semplicemente accettare. Ed è ancora volo per vocazione in un cielo infuocato all’alba, là dove le nuvole si aprono come un sipario o si lasciano lacerare dalla luce. Ogni lacrima di pioggia, ormai ferma sul vetro, diventa punto luminosissimo di luce riflessa, di immagini capovolte.
Sta tornando l’inverno. Siamo tutti come quegli alberi spogli, esposti ai venti incostanti, chiamati a custodire le nostre speranze sotto strati di colori che sbiadiscono. Quante occasioni per esplorare l’infinito repertorio della vita, di avvicinarci alla nostra verità interiore. Cambiare, quindi, non è solo un verbo, ma un viaggio continuo verso la realizzazione di noi stessi. Una pagina di storia nel libro della Storia, la storia dell’umanità. Storia creata da un cuore infinitamente grande, gonfio di amore, scritta da una Mano potente. Pagina che è frammento di felicità, nella sua unicità. A volte mi sento strappata, gettata nell’oscurità: ma sempre ripresa e distesa nella Carità.
Qual è il mio atteggiamento di fronte alle epifanie di Dio? Il cuore le intuisce: reagisco come Mosè che dice tra sé “Voglio avvicinarmi a vedere” e ascolta la voce del Signore che lo chiama dal roveto, chiedendogli di “rinunciare” alla comodità dei sandali per camminare su un terreno sacro e inesplorato, oppure volgo le spalle? Accetto la mia povertà per accogliere con libertà la novità che mi viene incontro? Un grande cambiamento: una scossa di vita reale, vera. Quando sosto dietro a un vetro, è forte la tentazione di lasciarmi scivolare, lontano da ciò che è trasparente, alla ricerca di un mantello che mi copra. So di non poter fuggire allo sguardo divino, e so che sentirò ancora risuonare in me parole già ascoltate e meditate come sacre, “Coraggio! Alzati, ti chiama!”” (Mc 10,49)? La voce di Colui che vuole guarire la mia cecità. Un ritorno alla vita di una pecora lontana dall’ovile, di una figlia per la quale c’è un grasso vitello pronto. La luce entra nel mondo, disegna contorni e sfumature, illumina colori e forme, rende visibili i dettagli nascosti nell’ombra, dona la regola perfetta.
lo scrivo nella mia dolce stanzetta,
d’una candela al tenue chiarore
ed una forza indomita d’amore
muove la stanca mano che si affretta.
Come debole e dolce il suon dell’ore!
Forse il bene invocato oggi m’aspetta.
Una serenità quasi perfetta
calma i battiti ardenti del mio cuore.
Notte fredda e stellata di Natale,
sai tu dirmi la fonte onde zampilla
improvvisa la mia speranza buona?
È forse il sogno di Gesù che brilla
nell’anima dolente ed immortale
del giovane che ama, che perdona?
Umberto Saba
Sr M. Daniela del Buon Pastore, O.Carm. Cerreto di Sorano (GR)


